ESG: perché non riguarda solo l’ambiente
Quando si parla di ESG, la conversazione pubblica finisce spesso per ruotare attorno a un solo asse: l’ambiente. È comprensibile. Il cambiamento climatico, l’energia, le emissioni e la transizione industriale sono temi visibili e misurabili, e la comunicazione aziendale tende a privilegiare ciò che si presta meglio a grafici e claim.
Eppure ESG è un acronimo che contiene tre dimensioni: Environmental, Social, Governance. Ridurlo a “ecologismo” è una semplificazione che, nel tempo, ha prodotto due conseguenze: da un lato un’idea distorta di ciò che le aziende stanno davvero facendo; dall’altro una diffidenza crescente verso un concetto percepito come vago o strumentale.
Un modo più utile di leggere l’ESG è considerarlo per ciò che è: un quadro di gestione che aiuta a valutare impatti, rischi e qualità delle scelte d’impresa. E in questo quadro l’uomo non è un elemento accessorio: è al centro della “S” e, indirettamente, anche della “E”.
Cosa significa ESG oggi
La domanda “qual è il significato di ESG?” viene spesso posta come se l’acronimo fosse una definizione statica. In realtà ESG funziona più come un linguaggio condiviso: serve a descrivere come un’organizzazione gestisce temi che incidono su:
- continuità operativa e rischi (fisici, normativi, reputazionali, di supply chain)
- qualità del lavoro e del capitale umano
- fiducia di investitori, clienti e comunità
- trasparenza, controlli e responsabilità decisionale
In altre parole, ESG non è una moda “verde”. È un modo per rendere leggibili e comparabili alcune scelte che, fino a pochi anni fa, restavano fuori dalle metriche tradizionali.
Il limite di una lettura “solo green”
Quando ESG viene letto come sinonimo di ambiente, si perdono due pezzi essenziali.
Primo: si ignora che molti problemi aziendali non nascono da un KPI ambientale, ma da fattori sociali e di governance: infortuni, turnover, conflitti nella filiera, pratiche commerciali scorrette, violazioni sulla privacy, incentivi interni distorti, controlli insufficienti.
Secondo: si alimenta un paradosso comunicativo. Più il discorso resta schiacciato su “quanto siamo green”, più aumenta il rischio di fraintendimenti e accuse di facciata. Non perché l’ambiente non conti, ma perché un’azienda sostenibile non si dimostra solo con un dato sulle emissioni se poi mancano tutele sul lavoro, equità nella catena di fornitura o regole credibili di governo.
La “S” di Social: quando l’ESG parla di persone
Se si vuole mostrare che ESG mette l’uomo al centro, la lettera più esplicita è la S. Qui rientrano politiche, procedure e risultati che riguardano persone reali: dipendenti, collaboratori, fornitori, clienti, comunità.
Lavoro, salute e sicurezza
La dimensione sociale include temi che incidono sulla quotidianità e sulla dignità del lavoro:
- salute e sicurezza (prevenzione, formazione, near-miss, gestione appalti)
- organizzazione del lavoro e carichi (turni, stress lavoro-correlato, conciliazione)
- stabilità contrattuale e qualità dell’occupazione
- percorsi di sviluppo e formazione continua
Sono aspetti che possono sembrare “HR”, ma hanno effetti diretti su produttività, qualità, incidenti, contenzioso e reputazione. Soprattutto: sono la cartina di tornasole di quanto un’azienda consideri le persone un costo o un patrimonio.
Inclusione, pari opportunità, equità
Il tema non è solo “fare diversity”. È più concreto: evitare che processi e scelte generino esclusione, disparità e perdita di competenze.
Esempi tipici:
- accesso equo a crescita e retribuzioni
- misure contro discriminazioni e molestie
- leadership e cultura manageriale (non solo policy scritte)
- composizione e ricambio generazionale, dove rilevante
Qui l’approccio ESG utile è meno narrativo e più misurabile: indicatori, audit, feedback, gestione dei reclami, analisi delle cause.
Comunità, territorio, catena del valore
L’ESG sociale non si ferma ai confini aziendali. Include l’impatto sul territorio e sulla filiera:
- pratiche di acquisto responsabile
- condizioni di lavoro e diritti nella supply chain
- impatti su comunità locali (rumore, traffico, uso risorse, relazioni industriali)
- contributo a servizi e infrastrutture, quando pertinente
In molte imprese, il punto critico è proprio questo: la “S” è dove si vedono le contraddizioni tra ciò che l’azienda dichiara e ciò che tollera lungo la catena dei fornitori.
Clienti, utenti e dati
Un pezzo spesso sottovalutato della “S” riguarda la relazione con i clienti:
- sicurezza del prodotto e qualità
- trasparenza commerciale
- accessibilità e inclusione dei servizi
- protezione dei dati e cybersecurity (in relazione ai diritti delle persone)
Anche qui l’uomo è al centro: l’impatto non è astratto, ma concreto.
La “G” di Governance: regole, responsabilità e fiducia
Se la “S” mette in evidenza le persone, la G spiega se l’organizzazione è in grado di sostenere nel tempo gli impegni presi. Governance non significa burocrazia: significa chi decide, con quali informazioni, con quali controlli, con quali incentivi.
Struttura decisionale e accountability
Una governance credibile si vede quando:
- ruoli e responsabilità sono chiari (anche tra funzioni diverse)
- i processi di controllo sono indipendenti e non formali
- le decisioni critiche sono tracciabili e motivate
- obiettivi e incentivi non premiano solo il breve periodo
Molte crisi aziendali nascono non dall’assenza di policy, ma dal modo in cui si prendono decisioni sotto pressione.
Etica, conformità, anticorruzione
Sono temi “classici”, ma non marginali:
- codici etici applicati e non solo pubblicati
- canali di segnalazione efficaci (e tutela del segnalante)
- gestione dei conflitti di interesse
- controlli su intermediari e partner
Qui l’ESG diventa una questione di fiducia e di costi evitati: contenziosi, sanzioni, perdita di clienti, esclusione da gare o filiere.
Trasparenza e qualità dei dati
Un punto che distingue l’ESG sostanziale dall’ESG cosmetico è la qualità delle informazioni:
- dati coerenti e verificabili
- metodi di calcolo dichiarati
- confini chiari (cosa includo e cosa no)
- aggiornamenti e revisioni quando cambiano perimetri e processi
La governance dell’informazione è parte integrante della governance aziendale.
L’ambiente non è separato dalle persone
Dire che ESG non è solo ambiente non significa ridimensionare l’ambiente. Significa collocarlo nel suo contesto. L’“E” riguarda emissioni, energia, acqua, rifiuti, biodiversità, inquinanti. Ma queste variabili incidono su:
- salute pubblica e condizioni di vita
- sicurezza delle persone (eventi estremi, stress idrico, calore)
- disponibilità e costo delle materie prime
- stabilità di territori e infrastrutture
In una lettura completa, l’ambiente diventa anche una questione sociale: qualità dell’aria, rischi per i lavoratori, impatti sulle comunità, transizione giusta. È qui che l’ESG smette di essere un’etichetta e torna a essere una lente utile.
ESG come gestione del rischio e della performance
ESG viene spesso contrapposto alla performance economica, come se fossero piani diversi. Ma nella pratica molte scelte ESG sono scelte di gestione:
- prevenire rischi operativi e legali
- proteggere capitale umano e competenze
- stabilizzare filiera e approvvigionamenti
- migliorare l’accesso a mercati e clienti (che chiedono standard e dati)
L’elemento chiave è la materialità: concentrarsi su ciò che è rilevante per il modello di business e per gli stakeholder, evitando checklist generiche.
Come impostare una strategia ESG centrata sull’uomo
Se l’obiettivo è raccontare e praticare un ESG che abbraccia più ambiti e mette le persone al centro, la sequenza operativa conta.
1) Definire i temi materiali con un metodo
- mappare stakeholder rilevanti (interni ed esterni)
- ascoltare evidenze: dati, audit, reclami, survey, incidenti, turnover
- individuare priorità: dove impatti e rischi sono maggiori
2) Stabilire obiettivi e KPI misurabili
Non serve moltiplicare indicatori. Serve scegliere quelli che guidano decisioni:
- sicurezza: tasso infortuni, formazione, near-miss, appalti
- persone: retention, engagement, ore formazione, mobilità interna
- filiera: audit, non conformità, tempi di remediation
- etica: segnalazioni gestite, tempi di risposta, controlli su terze parti
3) Costruire una governance interna credibile
- ruoli chiari tra HR, operations, compliance, procurement, sustainability
- comitati e flussi decisionali con responsabilità reali
- integrazione nei processi: acquisti, sviluppo prodotto, gestione rischi
4) Gestire dati e tracciabilità
- definire standard interni di raccolta dati
- evitare “numeri una tantum” utili solo per il report
- prevedere controlli e revisioni
5) Comunicare senza ridurre
Una comunicazione ESG efficace:
- descrive scelte e trade-off
- riconosce criticità e piani di miglioramento
- evita slogan e usa metriche comprensibili
Indicatori pratici per non ridurre ESG a un’etichetta
Per dare concretezza all’idea che ESG non è solo ecologia, può essere utile presentare esempi di indicatori per ciascuna lettera.
E (Environmental)
- consumi energetici e intensità
- emissioni e riduzioni per unità di prodotto/servizio
- gestione acqua e rischi idrici
- rifiuti, riciclo, sostanze pericolose (se pertinenti)
S (Social)
- salute e sicurezza: frequenza e gravità, formazione, appalti
- stabilità e qualità del lavoro: turnover, assenteismo, formazione
- equità: gap retributivi, accesso a ruoli, percorsi di carriera
- filiera: audit, non conformità, remediation
G (Governance)
- indipendenza e competenze degli organi di controllo
- anticorruzione e conflitti di interesse: controlli e casi gestiti
- canali di segnalazione: uso, gestione, protezione
- qualità dei dati e controlli interni sul reporting
Sono indicatori “freddi”, ma raccontano molto. E soprattutto evitano che ESG diventi un contenitore indistinto.
Conclusione
ESG non è un sinonimo elegante di ecologismo. È un perimetro di responsabilità che include ambiente, persone e regole. Se si vuole capire dove un’impresa sta andando, non basta misurare l’impronta ambientale: serve osservare anche come tratta il lavoro, come gestisce la filiera, come prende decisioni, come controlla e rende conto.
In questa prospettiva, l’ESG non sposta l’attenzione dall’uomo: la riporta al centro, con strumenti più concreti di quelli che il dibattito pubblico spesso lascia intendere.
ESG e sostenibilità sono la stessa cosa?
Non esattamente. La sostenibilità è un concetto ampio; ESG è un modo strutturato per valutare e gestire temi ambientali, sociali e di governance con indicatori e processi.
Perché si parla troppo di “E” e poco di “S” e “G”?
Perché la dimensione ambientale è più visibile e più semplice da comunicare. Ma molti rischi e impatti aziendali sono sociali e di governance, e incidono direttamente sulla fiducia.
Quali esempi rientrano nella “S” di ESG?
Salute e sicurezza, formazione, qualità del lavoro, inclusione, diritti nella filiera, tutela dei clienti e dei dati.
Cosa include la “G” di ESG?
Responsabilità e controlli, etica, anticorruzione, gestione dei conflitti di interesse, trasparenza e qualità del reporting.
Come evitare che ESG diventi solo marketing?
Definendo temi materiali, obiettivi misurabili, governance chiara e dati verificabili; comunicando scelte e risultati senza slogan.
Daniele Di Teodoro
managing partner
